| La sfida educativa nella crisi della società |
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![]() Se non si accetta di dare un ordine all’importanza delle cose e dei comportamenti, se si perde la distinzione tra bene e male e tutto diventa equivalente e intercambiabile, magari in una dimensione di divenire permanente in cui tutto cambia e tutto è modificabile senza una verità oggettiva, si apre la strada alla confusione e alla degenerazione. La Chiesa ha il merito di avere posto all’ordine del giorno la questione dell’ “emergenza educativa”, facendone il tema centrale del dibattito per i prossimi anni. Se l’invito è certo rivolto in primo luogo ai credenti, l’appello dovrebbe, però, trovare rispondenza in tutti coloro che hanno a cuore le sorti dell’uomo e si preoccupano della società e del futuro. p. Edoardo Aldo Cerrato, C.O.
Procuratore generale della Confederazione dell’Oratorio San Filippo Neri
La mia presenza qui, accanto ad un illustre cattedratico dell’Università di Roma, quale è il prof. Carlo Cardia, Ordinario di Filosofia del Diritto, è soltanto quella di un modesto operatore nel campo dell’educazione: operatore in quanto sacerdote, e sacerdote oratoriano di S. Filippo Neri – il fiorentino Filippo, divenuto romano senza cessare d’essere “il ragazzo fiorentino ed oltrarnino” (Papini) che egli fu per tutta la vita – e in quanto insegnante per venti anni nella Scuola Superiore. Vorrei pregare, perciò, gli ascoltatori di non aspettarsi da me esaurienti analisi dei numerosi aspetti della “emergenza educativa” che non è “un” problema, ma “il” problema che, se riguarda la scuola ed implica un discorso che concerne la politica, nella sua interezza riguarda la società nel suo insieme; e riguarda la Chiesa, la quale dal suo Fondatore ha ricevuto il compito primario di educare, chiaramente espresso fin da quell’“euntes docete”con cui Cristo inviò nel mondo i suoi discepoli. Dell’“emergenza educativa” parlano perciò i politici; parla – a vari livelli – la società; e parla la Chiesa, impegnata sulla questione non solo in alte sfere (cfr. la Lettera di Papa Benedetto XVI ai cristiani di Roma sul compito urgente dell’educazione, 2008; cfr. la scelta del tema educativo fatta dalla CEI per i prossimi anni), ma nella concretezza della quotidianità vissuta da tanti educatori religiosi e laici che spendono la vita per offrire a giovani e adulti una proposta testimoniata dalla loro esistenza. Ai giovani e agli adulti, perché “l’emergenza educativa” è una crisi che inizia dai padri, come chiaramente si esprime il prof. Giovanni Reale in una intervista (Avvenire, 30 maggio 2008) e come qualcuno scrisse in un articolo di cui ho conservato il ritaglio, ma non la citazione: “Quante volte abbiamo sentito frasi del tipo: la grave crisi dei valori in cui ci troviamo…, la perdita di ogni senso etico…, la degenerazione della politica e la drammaticità dell’attuale situazione… E’ tutto vero, ma tutto è recitato con la presunzione dell’originalità, come se si descrivesse un fenomeno che si è appena affacciato… NON ESISTE UN PRIMA?”Questa domanda ci inchioda! Il vuoto di educazione è ascrivibile a tante cause che non sono io competente ad analizzare in modo adeguato, ma tra le quali non è possibile non evidenziare una abdicazione del mondo degli adulti al fondamentale compito educativo che ad essi compete. Scrive Benedetto XVI nella Lettera citata: “Viene spontaneo incolpare le nuove generazioni, come se i bambini che nascono oggi fossero diversi da quelli che nascevano nel passato. Si parla inoltre di una "frattura fra le generazioni", che certamente esiste e pesa, ma che è l'effetto, piuttosto che la causa, della mancata trasmissione di certezze e di valori. Dobbiamo dunque dare la colpa agli adulti di oggi, che non sarebbero più capaci di educare? E' forte certamente, sia tra i genitori che tra gli insegnanti e in genere tra gli educatori, la tentazione di rinunciare, e ancor prima il rischio di non comprendere nemmeno quale sia il loro ruolo, o meglio la missione ad essi affidata. In realtà, sono in questione non soltanto le responsabilità personali degli adulti o dei giovani, che pur esistono e non devono essere nascoste, ma anche un'atmosfera diffusa, una mentalità e una forma di cultura che portano a dubitare del valore della persona umana, del significato stesso della verità e del bene, in ultima analisi della bontà della vita. Diventa difficile, allora, trasmettere da una generazione all'altra qualcosa di valido e di certo, regole di comportamento, obiettivi credibili intorno ai quali costruire la propria vita”. Si possono e si devono analizzare i processi storici e culturali che hanno portato a questa situazione, ma io mi limito ad un accenno a tre elementi: 1°: Il relativismo ha condotto a quella che possiamo chiamare la “scomparsa dei fatti”: la perdita del rapporto con i fatti reali. Nel dominio delle interpretazioni il mondo reale perde la sua consistenza… Rimangono solo le interpretazioni, che sono, ovviamnete, le più varie… Scrive Ronald Rolheiser: “La scomparsa dei fatti produce un effetto devastante. Tutte le nostre radici vengono costantemente recise e noi diventiamo come una barca senz’ancora, in balia dei venti, sperando di poterci aggrappare a qualcosa, ma senza avere a portata niente di solido: né la storia, né la tradizione, né un culto, né una istituzione affidabile, né un imperativo assoluto o l’ancoraggio a qualcosa di sacro al di là della storia: anzi, neppure un universo fisico ed una matematica positivista che non sia relativa. Siamo senza radici! Vi è una solitudine che deriva dal sentirci così alla deriva […] Abbiamo bisogno di qualcosa che non sia relativo, che non possa essere demolito, e quando non l’abbiamo il nostro cuore sente che gli manca qualcosa” (Il cuore inquieto. Alla ricerca di una casa spirituale in un tempo di solitudine, Brescia, 2008, pp. 88-89). Come ritrovare il rapporto con le cose, il rapporto oggettivo con la realtà? La realtà esiste, come il card. Caffarra intitolò uno dei primi interventi del suo episcopato bolognese. E’ complessa, indubbiamente, ma è ingenuo pensare che un rapporto oggettivo con essa, non filtrato elusivamente dal proprio modo di vedere le cose, è possibile? La filosofia medievale definiva la verità “ADAEQUATIO REI ET INTELLECTUS”: adeguamento dell’intelletto alla realtà delle cose… Mi pare che oggi si faccia il contrario: si adegua la realtà ad un intelletto asservito alle emozioni ed alle passioni del momento, con il risultato che si vive “tra le rovine di una grande epoca durata 500 anni: quella dell’Umanesimo” (J. Carroll, Il crollo della civiltà occidentale, Fazi, Roma, 2009). Il risultato è quello che alcuni denominano “società liquida”: mancanza di solidi punti di riferimento, di guide degne di fiducia; con la conseguenza dell’improvvisazione e della autorealizzazione narcisistica. 2°: L’incomunicabilità. Qualcuno ha sottolineato che l’emergenza educativa è una impossibilità comunicativa fra il mondo adulto e quello dei giovani. Si sa: ogni passaggio generazionale implica una difficoltà; i valori trasmessi non possono essere vissuti dalla generazione successiva nello stesso modo in cui vengono comunicati… Ma oggi le generazioni si fronteggiano in una situazione di assoluto silenzio, come rilevava anche Galli della Loggia, intitolando recentemente, sul Corriere della Sera, un suo editoriale: “L’assenza dei padri”. Mi pare che questa impossibilità comunicativa derivi soprattutto dal fatto che le generazioni oggi adulte sono state lentamente espropriate della loro cultura, sbrigativamente sostituita dall’opinione massmediatica che ha come riferimento ultimo quello che Benedetto XVI ha chiamato la “tecno-scienza”: la fiducia assoluta che la scienza possa risolvere tutti i problemi attraverso l’uso della tecnologia. Ma la tecno-scienza non dà le ragioni del vivere; ed un giovane, invece, ha bisogno di sapere perché vivere; implicitamente o esplicitamente questo egli chiede! Il mondo adulto sa rispondervi? La conseguenza della mancata risposta è delusione ed inerzia… 3°: L’oblio di sé. Una delle accuse più frequenti rivolte all’uomo di oggi è di essere egocentrico. Spinto a proiettarsi sulle cose e sugli altri con voracità, dimentica che non è lui il centro del mondo. L’enfasi sull’ego è certamente un portato della civiltà occidentale nella quale proprio la nozione di persona è andata faticosamente affermandosi come una delle sue più alte conquiste. Oggi però appare un elemento nuovo con cui fare i conti: sotto il ritmo martellante della globalizzazione rischia di scomparire il soggetto, e rimane solo l’ego. Individualismo e massificazione solo apparentemente sono antitetici: in realtà, sono complementari. Per questa ragione mi pare sia urgentemente e decisamente da risvegliare la profondità, la ricchezza che si nasconde in ogni uomo, per consentire al soggetto di essere davvero se stesso. “Io sono pieno di domande a cui non so rispondere” scriveva Pasolini – e cito volutamente questo ed altri autori che non sono “padri della Chiesa” perché essi, proprio per questo motivo, rivelano che la questione non è del credente, ma dell’uomo in quanto tale. E’ a queste domande che l’uomo di oggi ha particolarmente bisogno di essere “provocato”. Ma per provocarlo, queste domande deve averle dentro l’educatore: o zampillano in lui, o, al massimo, egli le espone come una strategia, con il risultato di non “toccare” nessuno… L’uomo è desiderio, attesa (“Perché attendo” confidava Cesare Pavese al suo Diario, dopo aver conseguito il Premio Strega tanto desiderato… “Ho ottenuto ciò che volevo: perché attendo?”); l’uomo è fremito, insoddisfazione, incompletezza anche nei casi di miglior riuscita… Far emergere questa dimensione, aiutare (educare) a farla emergere è servizio fondamentale alla persona. Il cuore umano è desiderio di infinito: nulla mai basta! “Il non essere soddisfatto di alcuna cosa terrena … né della infinità dei mondi … e patire sempre mancamento e voto (vuoto) reputo io essere il segno di maggior dignità dell’essere umano” scriveva Leopardi, Zibaldone; e poi la grande domanda del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia: “Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai silenziosa luna? … E io che sono?”. Siamo a Firenze: come non pensare a Dante, al desìo a cui il poeta tanto spazio riserva nella Commedia! Il desiderio del cuore umano è desiderio di infinito, come lascia intravedere anche André Gide: “Desiderio, ti ho trascinato per le strade …, ti ho ubriacato senza dissetarti…, ti ho portato in giro ovunque… Desiderio, desiderio, che farti? Che vuoi dunque? Quando ti stancherai?”. Sta qui il “cuore” dell’uomo: in questa esigenza di infinito, che è poi l’esigenza connaturata di felicità, di pienezza; esigenza di totalità che è anche la ragione dell’uomo. Ed è questo “cuore” che occorre ridestare con l’educazione perché, se ridestato, resiste alla confusione e nessuna confusione lo può distruggere. Ma per ridestarlo non basta la ripetizione, pur giusta, pur esatta, di un discorso…: occorre che si possano vedere persone che nel loro porsi, nel modo di affrontare il reale, di reagire nelle situazioni concrete, testimonino un convincente gusto della vita ed inducano a fare “proprio” quello che propongono; educatori che non solo propongano qualcosa, ma che siano essi stessi “proposta”… con buona pace di Seneca che diceva a Lucilio: “de virtute, non de me loquor: parlo della virtù, non di me stesso”…, e con la realistica convinzione che nessuno mai potrà presentarsi, comunque, come perfetta riuscita di un ideale. Ciò che induce oggi ad abdicare al compito educativo mi pare – fondamentalmente, anche se non esclusivamente – la incertezza su “a che cosa educare”. Mancando la consapevolezza interiore del fatto che si ha qualcosa di positivo da comunicare e non solo di apparentemente positivo, il soggetto educante è paralizzato. Chiaro che educare comporta un rischio (“Il rischio educativo”, secondo il titolo di un bel libro di don Giussani, grande educatore del nostro tempo): il rischio, fondamentalmente, di confrontarsi con la libertà dell’altro. Eliminare il rischio è oggi una delle tendenze più diffuse, ma indebolisce terribilmente le persone e la società, dal momento che il futuro è “aperto” e non si può pensare che ce lo diano già costruito! Il rapporto educativo è essenzialemnete un rapporto fra una autorità ed una libertà; e il contenuto di questo rapporto è costituito dall’offerta di una proposta fatta da una persona autorevole ad una in formazione. Abbiamo bisogno di educatori che impostino la loro azione educativa – e cito ancora Seneca – su questa base: “Alteri vivas oportet si vis tibi vivere: è indispensabile che tu viva per un altro, se vuoi vivere per te stesso”. Abbiamo bisogno di educatori che siano credibili. Oggi assistiamo ad una perdita progressiva di cerdibilità da parte di tutte le istituzioni: ed è la credibilità che dà autorevolezza alla persona; e sappiamo quanto valga e a che cosa porti la potestas senza l’auctoritas! Per concludere. Il valore dell’esempio. La civiltà classica e quella cristiana sono civiltà dell’exemplum. L’esempio è la cosa più comprensibile e più coinvolgente, come la sana pedagogia sempre ha evidenziato. Venerdì 15 ottobre 2010, alle ore 17.15 presso il Palazzo Incontri, “Sala Verde”, via dei Pucci n.1, Firenze (g. c. dalla Cassa di Risparmio di Firenze) Intervengono:
Preside, conduttore televisivo. |
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Ai giovani e agli adulti, perché “l’emergenza educativa” è una crisi che inizia dai padri, come chiaramente si esprime il prof. Giovanni Reale in una intervista (Avvenire, 30 maggio 2008) e come qualcuno scrisse in un articolo di cui ho conservato il ritaglio, ma non la citazione: “Quante volte abbiamo sentito frasi del tipo: la grave crisi dei valori in cui ci troviamo…, la perdita di ogni senso etico…, la degenerazione della politica e la drammaticità dell’attuale situazione… E’ tutto vero, ma tutto è recitato con la presunzione dell’originalità, come se si descrivesse un fenomeno che si è appena affacciato… NON ESISTE UN PRIMA?”