| Legge naturale e diritti umani fondamentali |
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| Domenica 08 Maggio 2011 11:54 |
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di Marcello Masotti
Nell’Omelia della Messa “pro eligendo Romano Pontifice” l’allora Cardinal Ratzinger ebbe a pronunziare parole che suonarono come la definizione del relativismo “il lasciarsi portare qua e là da qualsiasi vento di dottrina, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo, che non conosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”.Nella confusione imperante in questo nostro tempo, nel mezzo di una crisi che non riguarda un settore o un singolo aspetto ma che investe tutta la società: l’economia come la politica e che riguarda tutto l’occidente non si può pensare a qualche semplice palliativo, a invocare qualche parola nobile come “etica” senza che essa corrisponda alla volontà vera di impostare relazioni e fare scelte in un quadro morale coerente. C’è la necessità, non teorica ma anche esistenziale, di rimettere dei punti di riferimento, di ricominciare a distinguere “bene e male”, di ristabilire una scala di valori certi. In questo quadro appare utile riprendere l’antico concetto di “Legge naturale”che anche negata riemerge. Giovanni Paolo II parlò, di fronte all’Assemblea generale delle Nazioni Unite nell’ottobre 1995, della “grammatica della legge morale universale” che ispira “valori e principi comuni” e che “unisce gli uomini tra loro pur nella diversità delle rispettive culture ed è immutabile: rimane sotto l’evolversi delle idee e dei costumi e ne sostiene il progresso … Anche se si arriva a negare i suoi principi, non la si può però distruggere né strappare dal cuore dell’uomo, Sempre risorge nella vita dell’uomo e delle società”. Già nel mondo grecoromano è presente la questione della Legge naturale: nell’Antigone di Sofocle il dramma è tutto incentrato sul contrasto tra la legge esteriore e quella scritta nel cuore degli uomini e nel discorso agli Ateniesi Pericle ricorda che “ci è stato insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è buonsenso”. Cicerone poi, nella “Repubblica”, affermava che “la legge naturale è la diritta ragione, conforme a natura, universale, costante ed eterna, la quale con i suoi ordini invita al dovere, con i suoi divieti distoglie dal male”. E’ nel pensiero cristiano che la legge naturale trova un disegno compiuto: S. Tommaso afferma nella Summa Theologia e che “anche se la grazia è più efficace della natura, tuttavia la natura è più essenziale per l’uomo” per cui, commenta Benedetto XVI, “nella prospettiva morale cristiana, c’è un posto per la ragione, la quale è capace di discernere la legge morale naturale. La ragione può riconoscerla considerando ciò che è bene fare e ciò che è bene evitare per il conseguimento di quella felicità che sta a cuore di ciascuno, e che impone anche una responsabilità verso gli altri , e dunque, la ricerca del bene comune”. “Il lavoro della ragione e della virtù è naturale nel senso che è conforme alle inclinazioni essenziali della natura umana, di cui mette in moto le energie essenziali. Non è naturale nel senso che sia dato bell’e fatto dalla natura”, scrive Maritain in religione e cultura e aggiunge: “E’ chiaro quindi che la cultura è naturale per l’uomo nello stesso senso del lavoro della ragione e delle virtù, di cui è frutto e compimento: risponde a un radicale anelito della natura umana, ma è opera dello spirito e della libertà, che raggiungono il loro sforzo a quello della natura”. L’istanza universalistica del Giusnaturalismo, che è una concezione unitaria della vita e del mondo, si è trovata in contrasto con molti dei convincimenti su cui poggia la civiltà moderna: dalla dimensione soggettivistica che rifiuta una norma esterna all’uomo, e che sembra ne impoverisca il ruolo e l’autonomia, a quella storicista che pone tutto in continuo divenire. Ma si assiste nella storia anche ad un periodico ritorno, qualcuno parla di “eterno ritorno”, del diritto naturale che riemerge come un fiume carsico tutte le volte che l’umanità si trova di fronte a una realtà opprimente e deludente e si devono invocare valori che servano a tirare fuori la parte migliore dell’uomo. Anche per autorevoli espressioni del pensiero laico la esistenza di diritti innati inviolabili è la premessa per combattere ogni abuso del potere: Nomberto Bobbio, che non voleva lasciare ai cristiani la difesa del primo dei valori, quello della vita, riconosceva che “il presupposto filosofico dello Stato liberale, inteso come Stato limitato in contrapposto allo Stato assoluto, è la dottrina dei diritti dell’uomo elaborata dalla scuola del diritto naturale“. Le tragedie e le cronache insanguinate del secolo scorso hanno visto gli appelli contro le prepotenze del potere e il diritto della forza, in nome di una legge non scritta ma più alta e solenne di quella degli Stati. Tali appelli hanno contribuito ad un rilancio dei diritti naturali. Espressione di tale moto di idee sono state le grandi Carte internazionali: La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo dell’O.N.U. del 1948 e la Convenzione europea dei Diritti dell’uomo del 1953 ed anche le Costituzioni nazionali che riconoscono la dignità della persona e appaiono trovare la incondizionatezza oltre l’individuo e oltre ogni autorità umana. Ai nostri giorni l’idea della legge naturale si trova a fare i conti e si interseca con almeno tre “questioni” che sono il portato della “modernità” ma che vengono accentuate e poste in una nuova dimensione anche a seguito del travolgente progresso tecnico scientifico : il rapporto tra la natura e la storia, quello tra etica e democrazia e l’emergenza di nuovi diritti, o presunti tali, di carattere individualistico che prendono il posto di quelli che si chiamavano universali e che erano ancorati a un’idea sovraindividuale di bene comune. Sul divenire storico si sofferma anche la Gaudium et Spes: “La cultura presenta necessariamente un aspetto storico e sociale, e la voce ‘cultura assume spesso un significato sociologico ed etnologico. In questo senso si parla di pluralità delle culture”. Però se il testo conciliare considera positivamente lo sviluppo storico e antropologico tramite l’attività culturale e concepisce la cultura come’creazione’ umana, la interpreta alla luce della parola di Dio e di una forte antropologia teologica e metafisica. Mediante la cultura l’uomo diviene pienamente uomo, sviluppa in sé ciò che propriamente umano e lo distingue da tutti gli altri esseri, diviene ‘persona’. Benedetto XVI ha affermato che “la questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica, nel senso che essa implica il modo stesso non solo di concepire, ma anche di manipolare la vita, sempre più posta dalle biotecnologie nelle mani dell’uomo” ( p. 75 della Caritas in Veritate) e che la”radicale riduzione dell’uomo considerato prodotto della natura produce un autentico capovolgimento della cultura moderna “che era una rivendicazione della centralità dell’uomo e della sua libertà”(Cv.Verona2006). Il cardinal Ruini, al Convegno di Magna Carta svoltosi a Norcia nel 2009, in un confronto con il Prof Schiavone, autore del volume “Storia e destino” ricordava che la cosiddetta ‘fine della metafisica’, teorizzata dal pensiero filosofico del novecento, nega la trascendenza del Dio personale distinto dal mondo ma insieme anche la dimensione dell’uomo che sia davvero trascendente rispetto alla natura. Ruini rileva che l’uomo viene ridotto a un “macro processo evolutivo” il cui propulsore non risiederebbe più nella natura ma nell’intelligenza scientifico-tecnologica e pone poi a Schiavone la domanda “si può davvero affermare che l’uomo, in fondo sia soltanto storia?....Certamente l’uomo è un essere storico, vive nella storia, che per lui è qualcosa di intrinseco e costitutivo, non di certo esterno, ma non è integralmente riducibile alla storia. Questa sua realtà singolare, che lo pone, secondo una formula classica, al confine del tempo e dell’eternità, è espressa dalla fede biblica con la parola”immagine di Dio, ma anche razionalmente plausibile, per quella diversità dell’uomo rispetto al resto della natura che…è attestata dalle ‘prestazioni’di cui soltanto lui è capace tra gli esseri di questo mondo”. La seconda questione riguarda la democrazia. Sui limiti che presenta la ‘regola della maggioranza’ già il pensiero liberale classico si era espresso col Tocqueville che aveva parlato della possibile “tirannide” delle maggioranze. Giovanni Paolo II, nella Evangelium vitae, afferma che il valore della democrazia sta o cade con i valori che essa incarna e promuove e che alla base di questi valori non possono esservi provvisorie e mutevoli “maggioranze” di opinione, ma solo il riconoscimento di una legge morale obiettiva che, in quanto “legge naturale” iscritta nel cuore dell’uomo, è punto di riferimento normativo della stessa legge civile. Riprende poi il discorso anche nella Enciclica Centesimus annus, ove al punto 46, è detto:“Una autentica democrazia è possibile solo in uno Stato di diritto e sulla base di una retta concezione della persona umana….Oggi si tende ad affermare che l’agnosticismo ed il relativismo scettico sono la filosofia e l’atteggiamento fondamentale rispondenti alle forme politiche democratiche, e che quanti sono convinti di conoscere la verità ed aderiscono con fermezza ad essa non sono affidabili dal punto di vista democratico, perché non accettano che la verità sia determinata dalla maggioranza o sia variabile a seconda dei diversi equilibri politici. …. Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia … la trascendente .dignità della persona, ha come suo metodo il rispetto della libertà. Ma la libertà è pienamente valorizzata solo dall’accettazione della verità”. Terza questione sono i presunti “nuovi” diritti. Nella stagione del relativismo e dell’individualismo imperanti, i diritti fondamentali sanciti dalle Carte internazionali che li avevano definiti “universali” sono caduti in disuso: vengono disconosciuti e negati (a partire da quello alla vita il più importante, il primo segno della trascendente indisponibilità dei doveri). Dall’altra parte si rivendicano presunti diritti di carattere arbitrario colla pretesa di vederli riconosciuti e promossi dalla sfera pubblica (aborto, matrimonio omosessuale, eutanasia). Sono il segno di una crisi morale che investe tutte le strutture della società: dalla famiglia all’economia alla politica. Emerge allora tutta l’importanza del richiamo alla legge naturale. Afferma Benedetto XVI nel 60° anniversario della Dichiarazione dei diritti umani:” da sempre la Chiesa ribadisce che i diritti fondamentali, al di là della differente formulazione e del diverso peso che possono rivestire nell’ambito delle varie culture, sono un dato universale perché insito nella natura stessa dell’uomo. La legge naturale, scritta da Dio nella coscienza umana è un denominatore comune a tutti gli uomini e a tutti i popoli”. Non è solo un’affermazione che riveste valore religioso o morale ma è anche insegnamento per recuperare l’idea di bene comune e con esso un cammino di civiltà. |


Nell’Omelia della Messa “pro eligendo Romano Pontifice” l’allora Cardinal Ratzinger ebbe a pronunziare parole che suonarono come la definizione del relativismo “il lasciarsi portare qua e là da qualsiasi vento di dottrina, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo, che non conosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”.