risoluzione video: 1024x768 1280x1024
Fede e ragione in J.Ratzinger PDF Stampa
Venerdì 25 Luglio 2008 11:24
di mons. Rino Fisichella
Il contrasto tra originalità e ripetitività

“L’Occidente, da molto tempo, è minacciato da questa avversione contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione, e così potrebbe subire solo un grande danno. Il coraggio di aprirsi all’ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza: è questo il programma con cui una teologia impegnata nella riflessione sulla fede biblica, entra nella disputa del tempo presente” L’espressione potrebbe facilmente aprire uno squarcio sul pensiero di Benedetto XVI circa i compiti che spettano alla teologia, nel suo essere intelligenza critica della fede, e la relazione che intercorre tra il sapere filosofico e quello teologico nella comune tensione verso la verità. Per descrivere qualche tratto del pensiero di J. Ratzinger nella relazione tra fede e ragione, infatti, è necessario fin da subito inserire un terzo termine che ne qualifica la peculiarità, quello di verità. Se si dimentica il termine verità non si è in grado di cogliere fino in fondo il rapporto che relaziona la fede con la ratio e, inevitabilmente, tutto si ridurrebbe a una semplice questione teorica. Proprio l’inserimento del termine verità, invece, consente di porre in maniera diversa la relazione e di vedere finalizzata l’autonomia della fede e della ragione.
E’ sufficiente riprendere tra le mani la prima lectio academica, svolta a Bonn nel lontano 1959, per verificare immediatamente quanto fosse intento dell’allora giovane professore non separare il “dio dei filosofi” e il “Dio di Abramo Isacco e Giacobbe” e, pertanto, individuare la strada che permettesse di distinguere i due saperi per unire nella comune ricerca di senso e di trascendenza . Un brano di quella lezione è particolarmente significativo in proposito. “La sintesi operata dai Padri della Chiesa tra la fede biblica e lo spirito ellenico, in quanto rappresentante in quel momento dello spirito filosofico in genere, fu non solo legittima, ma necessaria, per dare espressione alla piena esigenza e a tutta la serietà della fede biblica. Questa piena esigenza si basa allora proprio su questo, cioè sul fatto che essa fornisce il legame con il concetto pre-religioso, filosofico, di Dio. Ma ciò viene a significare che la verità filosofica rientra in un certo senso come elemento costitutivo della fede cristiana e, ribadito questo, che l’analogia entis è una dimensione necessaria della realtà cristiana, la cui cancellazione sarebbe nello stesso tempo la soppressione della precisa esigenza che il cristianesimo deve proporre” . E’ convinzione profonda del nostro autore, come emerge anche da questo testo, che il cristianesimo, come religione che trova nel Logos la sua espressione culminante e sintesi dell’intera ricerca che l’uomo compie verso la trascendenza, non solo si offre alla ragione perché consideri e analizzi i suoi contenuti, ma diventa esso stesso critica per ogni forma di pensiero religioso che voglia fondarsi sul mito. Come nell’antichità greca la filosofia era diventata critica del mito religioso, così il pensiero biblico si è presentato come critica verso ogni forma di politeismo. L’una e l’altra forma di conoscenza hanno trovato il loro equilibrio in quell’incontro fortunato che avvenne tra la filosofia greca e il pensiero cristiano. Il primo, proprio facendo leva sul logos, trovava nel cristianesimo la forma più coerente di quanto aveva invano cercato di rappresentare. Il secondo, sempre partendo dal logos, ne evidenziava il suo carattere storico e personale . Lo stesso concetto, se si vuole, viene riproposto con parole diverse nella lectio magistralis che Benedetto XVI avrebbe dovuto tenere all’Università di Roma La Sapienza se non fosse accaduto lo spiacevole fatto del suo annullamento: “Penso ad esempio —per menzionare soltanto un testo— alla disputa con Eutifrone, che di fronte a Socrate difende la religione mitica e la sua devozione. A ciò Socrate contrappone la domanda: “Tu credi che fra gli dei esistano realmente una guerra vicendevole e terribili inimicizie e combattimenti... Dobbiamo, Eutifrone, effettivamente dire che tutto ciò è vero?” (6 b — c). In questa domanda apparentemente poco devota —che, però, in Socrate derivava da una religiosità più profonda e più pura, dalla ricerca del Dio veramente divino— i cristiani dei primi secoli hanno riconosciuto se stessi e il loro cammino. Hanno accolto la loro fede non in modo positivista, o come la via d’uscita da desideri non appagati; l’hanno compresa come il dissolvimento della nebbia della religione mitologica per far posto alla scoperta di quel Dio che è Ragione creatrice e al contempo Ragione-Amore. Per questo, l’interrogarsi della ragione sul Dio più grande come anche sulla vera natura e sul vero senso dell’essere umano era per loro non una forma problematica di mancanza di religiosità, ma faceva parte dell’essenza del loro modo di essere religiosi. Non avevano bisogno, quindi, di sciogliere o accantonare 1’ interrogarsi socratico, ma potevano, anzi, dovevano accoglierlo e riconoscere come parte della propria identità la ricerca faticosa della ragione per raggiungere la conoscenza della verità intera”
L’opera di J. Ratzinger, in questo orizzonte progettuale iniziato con l’impegno accademico e continuato ininterrottamente come arcivescovo di Mùnchen e Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, assume un valore programmatico. Il suo pensiero, che costituisce senza dubbio una delle tappe più significative della teologia di questo secolo, contribuisce non poco nel ripensare il rapporto tra fede e ragione come prodromo per una rinnovata presenza culturale dei cristiani nel loro impegno nel mondo. Emerge dai suoi testi, infatti, la capacità di saper cogliere i movimenti culturali e dare coerente risposta attraverso l’intelligenza della fede che è direttamente chiamata in causa per la comprensione che egli ne dà come di uno “stare” e un “comprendere” . I termini italiani non esprimono in profondità il senso che è ricavato, invece, dalla pregnanza semantica della lingua tedesca. “Stehen” e “verstehen”, infatti, dicono già nella comune radice e nel richiamo reciproco la concretezza della fede che è presente, sempre e dovunque, per il carattere che imprime all’esistenza credente di essere un’opzione concreta, libera e pubblica. Nello stesso tempo, comunque, quello “stare” della fede è sempre soggetto a un “comprendere” che mentre valorizza la ragione e dona libertà al credente nella sua scelta, impegna a trovare strade per immettersi sempre di più per le vie del mondo in continua ricerca di un annuncio credibile che permetta l’accoglienza della fede presso tutti.
Ciò che emerge dall’analisi degli scritti ratzingeriani, comunque, è che la “nefasta separazione” tra i due ambiti del sapere, quello della ragione e della fede, (cfr FR 46) non ha portato di fatto a una maggior forza dell’una sull’altra; piuttosto, ha indebolito entrambe impedendo uno sviluppo della forza critica e rallentando il passo verso una conquista sempre più profonda del mistero (cfr FR 48). Entrare all’interno di questa crisi obbliga a guardare con lucidità al processo culturale che si è imposto nell’ultimo secolo, sfociando nel primato della tecnica e nell’emarginazione della questione antropologica come espressione ultima inerente il senso dell’esistenza personale .
Fin dalle prime pagine del suo famoso Introduzione al cristianesimo, J. Ratzinger analizzava con dovizia di particolari il fenomeno. All’epoca, per quanto ci è dato di conoscere, era stato uno dei rarissimi autori che aveva trovato il coraggio di affrontare questa tematica. Nella generale indifferenza verso l’avanzare tracotante e presuntuoso dell’ideologia tecnologica - da non confondere con il valore della conquista scientifica - l’allora professore di teologia sistematica a Regensburg descriveva il passaggio culturale in atto. La volontà di passare sotto silenzio il concetto di “tradizione”, argomentava Ratzinger, cammina di pari passo con l’imporsi dell’idea di “progresso”. Mentre, da una parte, si cerca di abrogare la tradizione, dall’altra, si prospetta il progresso come la genuina promessa a cui rivolgersi per convincersi di aver conquistato la propria autonomia. Lo sviluppo del pensiero, comunque, portò progressivamente a modificare il concetto stesso di verità sul quale si era fondata la filosofia antica e l’intero pensiero cristiano. J. Ratzinger vede soprattutto nel sistema di Gianbattista Vico le premesse che porteranno al radicale cambiamento culturale dei nostri giorni. Portando all’estremo —e per alcuni versi capovolgendo- la posizione di Descartes, che iniziava a identificare la certezza razionale che l’uomo può raggiungere con la certezza matematica, Vico identificava la vera scienza con la conoscenza delle cause che pongono in essere la realtà. Richiamandosi nominalmente al concetto aristotelico di scienza, come conoscenza certa delle cause, Vico giungeva alla conclusione completamente nuova nel pensiero dell’epoca che l’uomo conosce veramente solo ciò che egli pone in essere. All’identificazione antica della verità con l’essere, subentra ora un nuovo paradigma che coniuga verità con realtà. Ciò che è conoscibile è solo ciò che noi facciamo; l’assioma verum et factum convertuntur inizia ad acquisire il suo valore portante e fondativo per l’epoca moderna. La riflessione metafisica conosce qui il momento del suo momentaneo tramonto, mentre i raggi dell’alba di una nuova certezza conoscitiva iniziano ad abbagliare la mente che si dedica ormai quasi esclusivamente a ciò che è dimostrabile, prima nello spazio della storia, poi in quello sempre più complesso della matematica.
Ciò che per quasi due millenni aveva sostenuto la mente e l’intelligenza, che si sentivano liberi proprio perché capaci di ricercare la verità dell’essere, lo si dichiara ora un ozio per benpensanti che non trovano altro da fare. Le forze vere dell’uomo, invece, si sostiene che debbano essere tutte indirizzate verso la certezza scientifica che si impone come un’evoluzione costante capace solo di osservare i fenomeni naturali, darne spiegazione e, soprattutto, riprodurli. Per paradossale che possa sembrare, l’idea iniziale di porre l’uomo sempre più al centro, padrone assoluto di sé e di ciò che compie, si frantuma nel concepirlo come un semplice prodotto di un’evoluzione casuale a cui non si può dare risposta per l’impossibilità di entrare nella stessa natura. Più si cerca di impadronirsene e più essa sfugge, presentando di volta in volta elementi che vanno oltre ogni intelligenza umana. Insomma, l’uomo diventa sempre più un appendice della natura. La visione biblica che lo poneva al centro e come vero artefice della creazione si congela per lasciare il posto a un esperimento permanente in cui egli stesso è coinvolto in prima persona, senza più sapere il vero perché del suo essere nel mondo e il ruolo che è chiamato a svolgere per dare senso alla sua esistenza personale.
La condizione spirituale del mondo contemporaneo, insomma, viene ricompresa da Ratzinger in prospettiva di una condizione culturale che merita di essere affrontata mediante un autentico capovolgimento della prospettiva e dei valori sottesi. Ci si trova, insomma, nel mezzo di un reale e profondo cambiamento culturale che si colloca alla fine di una radicalizzazione del pensiero illuminista e razionalista che ponendo sempre più l’uomo al centro ha fatto perdere di vista Dio. La conseguenza prima è stato il primato indiscusso della tecnica che viola l’integrità della persona e non le permette più l’esercizio della sua piena libertà. L’impronta post¬metafisica che si è voluto imporre si è fondata sull’interpretazione scientifico-matematica della realtà. Ciò che appare colmo di valore è il “fatto”, verificato dalla strumentazione delle scienze naturali, e per ciò stesso giudicato anche colmo di valore, di etica e, pertanto, normativo. Ne deriva il grande equivoco etico in cui ci si trova immersi nel contesto culturale odierno, secondo cui diventa lecito tutto ciò che si può fare. Il “sapere” diventa “potere” determinato dall’autorità indiscussa della ratio tecnica, che emargina come non produttivo e oscurantista ogni altra forma conoscitiva che non le ceda il primato, tacciato per ciò stesso di essere contro il progresso.
Queste considerazioni che legano fortemente Ratzinger con altri grandi teologi e filosofi del nostro secolo, quali ad esempio R. Guardini, H.U.von Balthasar, K. Jaspers e M. Heidegger , permettono di vedere la sua lungimiranza nella lettura dei complessi fenomeni culturali e mostrano oggi la loro verità. Un uomo ridotto a “fare”, privo di memoria storica e di tradizione, rimane prigioniero di se stesso e dell’effimero; si divincola sempre più cercando inutilmente di uscire dalla rete in cui è impigliato; in una parola manca della forza della ragione. E’ interessante seguire ancora il pensiero di Benedetto XVI: “Che cosa è la ragione? Come può un’affermazione -soprattutto una norma morale- dimostrarsi “ragionevole”? A questo punto vorrei per il momento solo brevemente rilevare che John Rawls, pur negando a dottrine religiose comprensive il carattere della ragione “pubblica”, vede tuttavia nella loro ragione “non pubblica” almeno una ragione che non potrebbe, nel nome di una razionalità secolaristicamente indurita, essere semplicemente disconosciuta a coloro che la sostengono. Egli vede un criterio di questa ragionevolezza fra l’altro nel fatto che simili dottrine derivano da una tradizione responsabile e motivata, in cui nel corso di lunghi tempi sono state sviluppate argomentazioni sufficientemente buone a sostegno della relativa dottrina. In questa affermazione mi sembra importante il riconoscimento che l’esperienza e la dimostrazione nel corso di generazioni, il fondo storico dell’umana sapienza, sono anche un segno della sua ragionevolezza e del suo perdurante significato. Di fronte ad una ragione a-storica che cerca di autocostruirsi soltanto in una razionalità a-storica, la sapienza dell’umanità come tale - la sapienza delle grandi tradizioni religiose - è da valorizzare come realtà che non si può impunemente gettare nel cestino della storia delle idee. E’ necessario, pertanto, che si recuperi al massimo il tema della presenza del pensiero credente all’interno del dibattito culturale per consentire un duplice processo: da una parte, far esprimere al meglio la fede in maniera conforme alla sua natura; dall’altra, offrire un pensiero che riportando al centro il tema della verità sull’uomo possa favorire lo sviluppo e la crescita di unità tra le diverse istanze del sapere. In altre parole, è il richiamo perché venga recuperata l’identità dell’essere cristiani nel mondo contemporaneo. Questa identità non può essere manomessa a secondo delle epoche storiche o dei pensieri filosofici, perché è grazia e dono che viene fatto, dinanzi al quale permane solo il servizio dell’accoglienza e della fedeltà” .
In questo contesto, la prima risposta che si deve dare in maniera coerente perché il rapporto fede ragione riacquisti senso è ciò a cui ripetutamente J. Ratzinger ritorna: superare il relativismo di cui non solo il pensiero ma anche i comportamenti sono caduti vittima. Il fatto religioso, come pure a maggior ragione il giudizio etico, vengono ormai considerati esclusivamente nella sfera della soggettività e hanno perso ogni diritto di cittadinanza nella sfera dell’oggettività. In un mondo sottomesso alla logica dell’identificazione “sapere” come un “fare”, la questione di Dio risulta, di conseguenza, estranea. Dio non è negato, ma rimane come uno sconosciuto di cui non si sente neppure il bisogno per la trasformazione del mondo e per il giudizio sulle proprie azioni; anche se c’è, egli non modifica sostanzialmente la mia vita e quella del mondo. Il grave problema verso cui ci si inabissa sempre più è ancora una volta ben descritto da J. Ratzinger: “Su quest’uomo non brilla più lo splendore del suo essere immagine di Dio, che è ciò che gli conferisce la sua dignità e inviolabilità, ma soltanto il potere delle capacità umane. Egli non è più altro che immagine dell’uomo —di quale uomo?... la forza morale non è cresciuta assieme allo sviluppo della scienza; anzi, è piuttosto diminuita perché la mentalità tecnica confina la morale nell’ambito soggettivo mentre noi abbiamo bisogno di una morale pubblica, una morale che sappia rispondere alle minacce che gravano sull’esistenza di tutti noi. In vero, il più grave pericolo di questo momento sta proprio in questo squilibrio tra possibilità tecniche ed energia morale. La sicurezza di cui abbiamo bisogno come presupposti della nostra libertà e della nostra dignità, non può venire in ultima analisi da sistemi tecnici di controllo, ma può, appunto, scaturire soltanto dalla forza morale dell’uomo: là dove essa manca o non è sufficiente, il potere che l’uomo ha si trasformerà sempre di più in un potere di distruzione” . Insomma, in un periodo come il nostro, che sembra aver abbattuto l’altare costruito nei secoli precedenti alla dea Ragione avendone decretato d’ufficio la sua debolezza, subentra il culto al dio Desiderio che impone i diritti individuali senza più considerazione alcuna della relazionalità sociale e a scapito di un vivere civile che dovrebbe fare della responsabilità comune un criterio oggettivo di giudizio.

Distinguere per unire

In un mondo immerso sempre più nella contraddittorietà del non senso e dell’effimero, Benedetto XVI sostiene che si deve ritrovare un’intesa perché filosofi e teologi ricompongano un’unità del sapere in vista di un salto di qualità del pensiero: “Teologia e filosofia formano in ciò una peculiare coppia di gemelli, nella quale nessuna delle due può essere distaccata totalmente dall’altra e, tuttavia, ciascuna deve conservare il proprio compito e la propria identità” . Riprendendo la felice espressione del concilio di Calcedonia - “senza confusione e senza separazione”- Benedetto XVI l’applica al rapporto tra teologia e filosofia: “filosofia e teologia devono rapportarsi tra loro “senza confusione e senza separazione . “Senza confusione” vuoi dire che ognuna delle due deve conservare la propria identità. La filosofia deve rimanere veramente una ricerca della ragione nella propria libertà e nella propria responsabilità; deve vedere i suoi limiti e proprio così anche la sua grandezza e vastità. La teologia deve continuare ad attingere ad un tesoro di conoscenza che non ha inventato essa stessa, che sempre la supera e che, non essendo mai totalmente esauribile mediante la riflessione, proprio per questo avvia sempre di nuovo il pensiero. Insieme al “senza confusione” vige anche il “senza separazione”: la filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero del soggetto pensante in modo isolato, ma sta nel grande dialogo della sapienza storica, che essa criticamente e insieme docilmente sempre di nuovo accoglie e sviluppa; ma non deve neppure chiudersi davanti a ciò che le religioni ed in particolare la fede cristiana hanno ricevuto e donato all’umanità come indicazione del cammino” .
Mai come oggi, probabilmente, siamo posti dinanzi ai grandi interrogativi sul senso della vita, sulla morte e su cosa ci sarà dopo di essa.
La domanda identica da quando l’uomo è uomo, si presenta oggi con una drammaticità senza precedenti proprio in forza della conquista raggiunta. E’ evidente che quanto l’intelligenza personale ha raggiunto è frutto di una conquista che ha inteso portare progresso. Inutile creare contrapposizioni su questo terreno; non servono, perché impediscono di verificare l’attitudine dell’uomo e lo spazio inimmaginabile che è aperto dinanzi a lui nella conquista del sapere e di sempre nuove acquisizioni. Ciò che divide, a noi sembra, è l’uso della scoperta scientifica e i limiti che ad essa vanno posti se al centro deve permanere l’uomo, la sua vita e la dignità con la quale deve essere vissuta. Come si nota, nel cuore degli interrogativi che sono sul tappeto se ne presenta uno che li raccoglie tutti perché ne è a fondamento: chi è l’uomo e quale senso ha la sua vita?
Benedetto XVI intravede su tale questione il cuore dell’istanza veritativa e, di conseguenza, il rapporto che si deve recuperare tra fede e ragione. Teologia e filosofia devono essere capaci di rapportarsi, senza confondersi sui principi da cui hanno origine, per rispondere ognuna secondo la propria competenza sulla questione che tocca il senso della vita. E’ ben chiara in J. Ratzinger, secondo tutta la tradizione del pensiero, la distinzione tra i due ambiti del sapere: “E’ conoscenza filosofica solo quella conoscenza che può essere guadagnata dalla ragione medesima e in quanto tale - senza contributo della Rivelazione. Essa fonda le sue certezze soltanto sull’argomentazione, e le sue affermazioni valgono tanto quanto i suoi argomenti. Viceversa, la teologia è la considerazione riflessa e critica della Rivelazione di Dio; è fede che cerca evidenze e ragioni. Essa, dunque, non trova da sé i propri contenuti, bensì li riceve dalla Rivelazione, per intenderli così nella loro intima correlazione e nella loro significanza” . La distinzione sull’autonomia e autoctonia, tuttavia, non può andare a discapito del sapere della fede che viene tacciato di non senso e incapace a domandare veramente perché pone a suo fondamento la rivelazione . In questo contesto, è sempre il nostro autore che dà la sua risposta: “Ma le risposte cristiane sono propriamente tali da sbarrare la via al pensiero? Le risposte alle domande ultime non sono per loro natura sempre aperte al non detto e anche all’Indicibile? Non potrebbe essere che solo tali risposte conferiscano propriamente alle relative domande la loro autentica profondità e drammaticità? Non potrebbe essere che esse radicalizzino tanto il pensare quanto il domandare e li mettano in movimento, piuttosto che impietrirli? Jaspers stesso ha affermato una volta che un pensare che si distacca dalla grande tradizione si riduce ad essere un impegno che via via diviene sempre più vuoto di contenuti. Non ci richiama forse ciò al fatto che l’imbattersi in una grande risposta - come quella che la fede ci comunica- è stimolo piuttosto che ostacolo al vero domandare?” .
Fede e ragione, quindi, devono ritrovarsi insieme per prospettare la rilevanza della domanda sul senso della vita proprio dinanzi al limite della morte. Questa è la forma più radicale con cui ci si viene a scontrare e che impone di domandarsi da dove vengo e dove vado. Permane, comunque, intatto l’interrogativo: come può la sola ragione dare una risposta a qualcosa che viene dopo la morte, se la sua capacità di conoscere e riflettere si ferma sulla soglia dell’al di là? L’uomo deve porsi l’interrogativo sul senso della malattia, della sofferenza e, da ultimo, della morte; se non lo fa egli si arresta davanti alla domanda che lo perseguita e si impedisce di trovare un accesso che vada oltre lo stoicismo, il cinismo o il nichilismo della propria dissoluzione. Come avviene per la conoscenza di ogni limite, che è percepito tale per il sopravvenire di un altro spazio, così anche per la comprensione autentica della morte è necessario che si sappia cosa c’è dopo di essa per poter rispondere senza subire passivamente il suo non senso. E’ in questo spazio che J. Ratzinger vede nello stesso tempo il superamento dell’obiezione filosofica del “ferro ligneo” della teologia e la possibilità di correlazione tra fede e ragione. Solo nella misura in cui la fede saprà presentare le ragioni del mistero dell’incarnazione, allora essa sarà in grado di offrire l’ultima risposta che sia carica di significato e, pertanto, apportatrice di senso definitivo all’interrogare personale.
Il cuore del cristianesimo, d’altronde, sua originalità e insuperabilità nella storia delle religioni sta tutto qui: il farsi uomo da parte di Dio che spezza ogni possibilità di ridurlo a mito, a simbolismo o a speculazione filosofica, fosse anche la più alta e profonda che si possa immaginare. La fede presenta la realtà e concretezza della condivisione di Dio di tutto ciò che l’uomo vive, esclusa la condizione del peccato. Il farsi uomo da parte di Dio implica assumere in prima persona tutto ciò che l’uomo sperimenta come limite al suo desiderio di poter vivere oltre la morte. Il mistero dell’incarnazione di Dio, che giunge fino alla morte in croce di Gesù, spalanca le porte alla vera vita oltre la morte mediante la sua risurrezione:
“Chi crede in me se anche muore vivrà; chiunque vive e crede in me non morirà in eterno” (Gv 11,26). La sfida al pensiero trova qui tutta la sua carica di provocazione a poter cogliere l’istanza di verità che è immessa nella storia. La risurrezione di Gesù Cristo è la risposta alla domanda di senso che l’uomo si pone sulla sua morte. Il ????? che si fa ???? porta l’??????? alla sua espressione ultima. Qui non si è in presenza di un gioco di parole, ma di parole che nella “gabbia” del loro esprimere imprimono un orientamento definitivo al pensare dell’umanità. ????? non è più riducibile a “parola” e ???? non più solo “carne” come ??????? non è limitabile al solo “svelamento”. I termini ora acquistano un significato nuovo in forza di ciò che viene realizzato nella storia nella rivelazione del Rivelatore: ????? è essere personale che imprime alla ???? il ?????? capace di trasformazione e ??????? diventa abbandonarsi a un Dio che è fedele e non mente. In questo circolo diventa evidente la condivisione dell’espressione di Manuele Il Paleologo fatta Benedetto XVI a Regensburg: “Non agire secondo ragione, non agire con il logos è contrario alla natura di Dio... Chi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno delle capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, no invece della violenza e della minaccia” .
Su questo tema, J. Ratzinger vede la forza dell’universalità del cristianesimo e il dovere della sua missionarietà; questi elementi scaturiscono inevitabilmente dal rapporto che la fede ha con la ratio, perché esprimono non solo l’apporto dell’originalità inserita nel pensiero, ma l’obbligo morale di portare una verità a conoscenza di tutti. I credenti hanno l’obbligo della missione perché l’oggetto della loro fede e un annuncio universale che offre la salvezza. L’universalità proviene dal contenuto stesso che è rivelato: Dio si fa uomo e assume su di sé il tempo, la storia e tutto ciò che si racchiude in questo spazio per riportare l’uomo nello spazio del divino. Se Dio fosse solo pura trascendenza, l’uomo avrebbe con lui un rapporto di sudditanza, sempre schiacciato dal peso della divinità; se l’uomo non potesse comunicare con Dio il rischio di essere dinanzi a un’ipotesi inutile o ad una inconscia proiezione del suo desiderio sarebbe sempre all’erta. Solo nella misura in cui Dio si fa conoscere e agisce da Dio come uomo, allora anche per ogni uomo si apre lo spazio della vita di comunione con Dio. Gesù di Nazareth offre tutto questo nella sua vita e il mistero della sua esistenza divina non si annulla in quella umana, ma mediante quella rivela la vera vocazione a cui ogni uomo è chiamato: partecipare della natura divina e vivere in pienezza la propria trascendenza oltre il limite della morte. Questa dimensione, che supera ogni forma espressiva religiosa particolare, fa appello alla ragione e le chiede di unirsi alla fede per cogliere in pienezza la verità in essa contenuta. Certo, anche la ragione per sua natura partecipa non solo del limite, ma anche del peccato dell’uomo; anch’essa è segnata dalla colpa di Adamo e, pertanto, ha bisogno di essere essa stessa purificata (cfr Dce, 28). Ciò non toglie, comunque, che una tale ragione si possa muovere verso la verità perché la ama. J. Ratzinger fa sua la prospettiva di Bonaventura: “Quando fides non assentit propter rationem sed propter amorem eius assentit, desiderat habere rationes; tunc non evacuat ratio humana meritum, sed auget solatium” .
Attraverso l’amore per la verità si prospetta il desiderio della ragione di andare sempre oltre se stessa fino al pieno raggiungimento della sua tensione.
In questo rapporto di reciprocità verso la verità intera su di sé e il mistero della propria esistenza, J. Ratzinger giunge a una prima conclusione: “La fede non è una minaccia per la filosofia, la protegge piuttosto contro la pretesa totalizzante della gnosi. Protegge la filosofia, perché ne ha bisogno. Ne ha bisogno, perché non può fare a meno di un uomo che interroghi e indaghi; non il domandare le è di ostacolo, bensì quell’atteggiamento di chiusura che non vuole più domandare e considera la verità come qualcosa di irraggiungibile o che non è degno di aspirazione. La fede non distrugge la filosofia, la custodisce. Solo così facendo essa resta fedele a se stessa” . A questa relazione è necessario aggiungere un ulteriore elemento che permette alla fede cristiana di porsi come vera risposta alla domanda di senso: la coerenza della vita. “Se si può dire che la vittoria del cristianesimo sulle religioni pagane fu resa possibile non da ultimo dalla sua rivendicazione di ragionevolezza, occorre aggiungere che a questo è legato un secondo motivo della stessa importanza. Esso consiste innanzitutto, per dirlo in modo assolutamente generale, nella serietà morale del cristianesimo che, del resto, Paolo aveva già allo stesso modo messo in rapporto con la con la ragionevolezza della fede cristiana... Il cristianesimo convinceva grazie al legame della fede con la ragione e grazie all’orientamento dell’azione verso la caritas, la cura amorevole dei sofferenti, dei poveri e dei deboli, al di là di ogni differenza di condizione sociale... La forza che ha trasformato il cristianesimo in una religione mondiale è consistita nella sua sintesi tra ragione, fede e vita” . La verità del cristianesimo, come si nota, sta tutta qua. Nella sua semplicità di una vita che sa cogliere insieme tutto l’umano per trasformarlo in una sintesi capace di raggiungere ognuno nell’intimo; farsi forti dell’amore di Dio implica amare il prossimo. Questa verità che da senso alla domanda dell’uomo si colloca come il contenuto più coerente per percepire la verità del cristianesimo. La vera religione, pertanto, consiste proprio in questa capacità di coniugare insieme tutto l’uomo senza nulla togliere alla sua natura; la fede gli consente di abbandonarsi al mistero, la ragione gli permette di compiere questo atto in piena libertà e consapevolezza, la vita gli chiede di essere coerente andando sempre oltre il limite della contraddizione personale per avere fisso il fine e l’obiettivo. Perché questa prospettiva sembra oggi non interessare più? Questo uomo sempre più esperto di scienza diventa tiepido nei confronti della fede e preferisce abbandonarsi alla superstizione. Cosa può essere accaduto perché si disinamorasse della fede dei padri per cadere nella debolezza e precarietà di nuovi miti? La risposta più immediata è che ha perso il desiderio per la verità e si accontenta solo di frammenti. L’opinione ha scavalcato la verità, annientando millenni di ricerca e di conquiste. Cosa potrebbe pensare oggi Aristotele che aveva dedicato la sua vita per superare la ???? in vista della ????????? La pretesa del cristianesimo di essere la vera religione viene oscurata nei testi di teologia mentre altri se ne fanno beffe imponendo pretestuosamente di ridurre la nostra fede allo spazio privato. Per chi ha ancora memoria storica, ritorna insinuosa la vecchia teoria pagana di Simmaco: “E’ giusto, tutto ciò che tutti adorano, reputarlo una sola cosa. Contempliamo le stesse stelle, abbiamo il cielo in comune, siamo parte di uno stesso universo: che cosa importa con quale ideologia ciascuno cerchi il vero? Non si può giungere per una sola via a un mistero così grande” . Ancora oggi permane con la sua forza vitale la risposta di Ambrogio a questa obiezione: “Solo ora si parla di giustizia, si pretende la par condicio (aequitas postulatur)? Dov’erano questi discorsi quando ai cristiani depredati di tutti i loro beni, non si concedeva neppure di respirare?... Ma se tutto in seguito è andato migliorando!... Affermino che tutto doveva restare com’era in principio, che non sono contenti che il mondo coperto dalle tenebre sia stato illuminato dal sole...la fede in Cristo non è penetrata in anime novizie (perché non c’è vera vittoria senza avversario), ma dopo aver scacciato la credenza che dominava prima si è giustamente preferito il vero” . Come dire: la fede cristiana ha portato progresso vero e autentico proprio nell’istanza veritativa, fino a presentare il culmine del rapporto tra Dio e l’uomo. Pensare che si possano porre tutte le religioni sullo stesso piano e che tutte abbiamo lo stesso valore veritativo è un’illusione che non fa giustizia alle religioni né alla storia dell’umanità.

Per concludere

Se si perde fiducia nella possibilità di raggiungere la verità, è ovvio che tutto diventi opinione e la pretesa di chi offre quella che ha ricevuto per rivelazione venga tacciata di arroganza. La comoda formula di “tolleranza” viene acriticamente assunta per primi dai cristiani e così si vanifica ogni sforzo per puntare gli occhi sulla verità e farla diventare compagna fedele di vita. Di nuovo a proposito giungono le parole di J. Ratzinger: “Il raggio della ragione deve allargarsi di nuovo. Dobbiamo tornare a evadere dalla prigione da noi stessi costruita e riconoscere altre forme di verifica in cui giochi il suo ruolo, l’uomo nella sua interezza. Ciò di cui abbiamo bisogno è qualcosa di simile a ciò che troviamo in Socrate: una disponibilità in attesa che si mantiene aperta e appunta lo sguardo al di là di se stessa... Abbiamo bisogno di una nuova disponibilità alla ricerca e anche all’umiltà che consente di orientarsi” . In una parola, è necessario che filosofia e teologia ritornino ad essere alleate, così come fede e ragione devono riscoprire pienamente il desiderio della verità.
Ci sono diversi pericoli che permangono, primo fra tutti, quello di perdere la forza per guardare alla verità: “Il pericolo del mondo occidentale — per parlare solo di questo — è oggi che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo... esiste il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo; che la teologia col suo messaggio rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo più o meno grande. Se però la ragione — sollecita della sua presunta purezza — diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola” .
Non trovo conclusione migliore, a questo punto, che le parole di J. Ratzinger pronunciate qualche giorno prima di essere eletto Papa: “Ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento della storia sono uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano Dio credibile in questo mondo...Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità. Abbiamo bisogno di uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto possa parlare all’intelletto degli altri e il loro cuore possa aprire il cuore degli altri. Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini”
 
Copyright © 2012 Scienza&Vita – Firenze – p.IVA 94137430487. Tutti i diritti riservati.