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La famiglia scende in piazza PDF Stampa
Giovedì 05 Aprile 2007 00:00
di Marcello Masotti
 
Forse il mondo cattolico ha capito che non basta possedere ragioni valide ma che in democrazia vanno anche proclamate in maniera forte e scende in piazza a difenderle.
Dato che la famiglia non ha valenza solo religiosa, ma ancor prima riveste importanza sul piano dell’assetto civile, sarebbe bene che ci fossero anche i non credenti che tale valore reputano essenziale per la società.
A fronte anche delle polemiche di questi giorni si deve sottolineare che la posta in gioco è enorme perché va anche oltre la stessa questione  “famiglia” e investe una visione globale della vita e delle relazioni umane.
La famiglia è stata perfezionata dal Cristianesimo, ma è nata prima e il giurista romano già aveva definito il matrimonio “coniunctio maris et feminae, consortium omnis vitae, divini et umani iuris communicatio”(unione dell’uomo e della donna, comunanza di sorte per tutta la vita, comunione di diritto divino e umano).
Per procreare e per allevare ed educare i figli non si è trovato niente di meglio della famiglia ed oggi due emergenze che ci attanagliano: la deriva della denatalità e l’invecchiamento della popolazione da una parte e i problemi drammatici dell’educazione dei giovani dall’altra, trovano confluenza nella famiglia.
Marc Augé ha scritto che “oggi imperversa nel pianeta un’ideologia del presente  e dell’evidenza che paralizza lo sforzo di pensare il presente come storia, perché essa si adopera a rendere obsoleti tanto le lezioni del passato quanto il desiderio di immaginare l’avvenire”.
Senza radici e senza voglia di futuro, l’uomo di oggi  non potrebbe più riconoscersi  nella speranza, quella  che il Pascoli nei Canti di Castelvecchio esprimeva liricamente: …“pei figli de’ figli, piantiamo l’olivo”.
C’è una sbornia consumistica che non si ferma agli oggetti ma che investe le persone e i sentimenti;  nel caso dell’uomo, però, l’”usa e getta” pone  problemi ben più drammatici che per le cose.
Notava  il giurista Paolo Grossi che la parola diritto si è trasformata, si reclamano sedicenti diritti e il processo che ha affermato nel mondo moderno i diritti di libertà è sfociato in una sorta di parossismo soggettivistico: “il soggetto è stato separato completamente dalla società e si è pensato solo a un individuo autoreferenziale, assolutista, egoista.”
E’ al proposito significativa la parabola della sinistra che è passata dallo stalinismo al radicalismo, peraltro secondo un percorso già  preconizzato qualche decennio fa da Augusto Del Noce: la “rivoluzione delusa” passa dall’assoluto collettivo in economia all’assoluto individuale sul piano dei sentimenti e dei rapporti interpersonali più delicati e profondi.
Nella fine delle grandi ideologie e utopie collettive il riferimento di oggi è solo quello del diritto individuale,  conta solo la volontà del singolo di tenere in piedi  una  relazione o di interromperla; non ha  valore la relazione in sè e non conta l’altro e i suoi bisogni.
In tale quadro il problema della famiglia assume il significato prima di tutto di difesa di dimensione sovraindividuale e di bene comune.
Siamo nell’epoca del provvisorio e dell’effimero e c’è da domandarsi come e quanto i soggetti possano resistere psicologicamente e fisicamente  senza spezzarsi alle sollecitazioni e ai traumi del continuo cambiamento; ma mentre si contesta, anche a ragione, la precarietà nel lavoro si accetta come fatto assolutamente normale la precarietà affettiva che investe dolorosamente anche i figli oltre agli adulti.
La Chiesa anche nell’ultima enciclica “Deus est Caritas” ha riproposto una idea alta dell’amore e della famiglia e il Pontefice prima e poi il cardinal Bagnasco sono scesi a difendere la famiglia suscitando, come sempre negli ultimi tempi, le reazioni laiciste di chi accetta che nella società tutti abbiano diritto di parlare meno la Chiesa. I vescovi hanno fatto riferimento in molti casi alle motivazioni del “bene comune”e il cardinale Antonelli nella sua  bellissima lettera pasquale alla Diocesi di Firenze, divulgata anche a Roma  dal cardinal  Ruini, è sceso a difendere la famiglia  colle ragioni  della ragione,  oltre che della fede, ricordandone la valenza civile e sociale.
Lo stato dovrebbe, da parte sua, fare una promozione globale della famiglia anche  in termini economici come si fa in paesi a noi vicini, nella laicissima Francia e in Germania; ma deve anche  mostrare chiaramente quale è la famiglia che serve al bene comune e non dare luogo ad equivoci.
C’è una grande confusione oggi anche tra pubblico e privato: si declassa quello che riguarda tutti e gli interessi generali a  fatto privato mentre  si vuole elevare a dignità pubblica ciò che ha rilevanza solo individuale.
E’ stata ricordata a questo proposito la famosa frase di Napoleone: “i conviventi se ne fregano della legge e la legge li ignora”.
Ma se si parla di legge, bisogna rilevarne il significato pedagogico, il fatto che essa fa costume, ed è modello di riferimento; c’è  “lo spirito delle leggi” e questo fa le mentalità.
La proposta dei ”Dico”reca due messaggi  devastanti e inaccettabili: il primo è la equiparazione delle convivenze omosessuali a quelle eterosessuali (la omosessualità non è più un fatto ma diviene  una scelta consacrata dalla legge); il secondo è di equiparare chi si assume doveri a chi vuole solo diritti, è l’invito a non assumere responsabilità e  l’incentivazione a una cultura del provvisorio.
A questo punto dovrebbe almeno essere chiaro a tutti le cose che sono in questione.


Pubblicato su Giornale della Toscana 5/4/2007 e su San Sebastiano n. 233/20007
 
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